Il potere sovversivo delle parole. L'ultimo Pasolini (1968-1975)

Autore: Andrea Di Berardino
ISBN: 978-88-6344-337-0

25,00

“Nel Pianto della scavatrice”, il poemetto più ampio delle “Ceneri di Gramsci” (1957), nelle folgoranti battute d’avvio si legge: “Solo l’amare, solo il conoscere | conta, non l’aver amato, | non l’aver conosciuto. Dà angoscia | | il vivere di un consumato | amore. L’anima non cresce più”. Questa urgenza del presente è la molla che ha spinto continuamente Pasolini ad analizzare, a cercare di capire, a proporre di migliorare il mondo: in altri termini a re-interpretare il ruolo gramsciano dell”intellettuale organico’. Varie forme espressive di carattere artistico, in base a questa concezione, vengono sperimentate dall’autore: dalla letteratura al cinema, passando per il teatro; e, restringendo il campo alle humanae litterae, la prosa e la poesia s’avvicendano e costantemente si scambiano la leadership . A partire dal 1968 si fa strada un saggismo da pubblicista polemico, militante, civile: questo genere letterario, che culminerà nei testi confluiti negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”, trova i suoi prodromi negli articoli usciti nell’annus mirabilis delle rivolte studentesche e della contestazione giovanile. Siccome nel fragoroso universo dei tardi anni Sessanta, già monopolizzato dai mass media, la ‘vecchia’ parola scritta non basta più, Pasolini non esita a chiamare in causa il gesto, cioè a “gettare il proprio corpo nella lotta”, in una compromissione della persona ‘fisica’, assoluta, che non ammette ripensamenti. E che infine condurrà, come estrema conseguenza, ad una sorta di sacrificio di sè.